Da qualche mese a questa parte ho ripreso a svegliarmi al suono della radio (radio svedese, s’intende). Stamattina, il primo canale ha fatto giungere alle mie orecchie quello che potrebbe sembrare un incubo del dormiveglia: l’Agenzia Immigrazione (Migrationsverket) ha ordinato la deportazione di un bimbo di origine Iraniana i cui genitori sono in possesso di un regolare permesso di soggiorno in Svezia.

Come spesso accade specialmente per quel che riguarda le questioni migratorie, Radio Sweden på lätt svenska, vero servizio pubblico e baluardo dell’integrazione in questo paese, ha riportato la notizia in modo chiaro e sintetico (qui audio e trascrizione della trasmissione). Riassumo ulteriormente aggiungendo qualche commento personale.

Emanuel è un bambino di otto mesi nato in Svezia da genitori iraniani, che vivono qui grazie ad un permesso di lavoro. Sua madre, Masoumeh, è una di quelle infermiere che lo stato svedese dovrebbe tenersi strette, data la carenza di personale nel settore (articolo di ieri). Difatti, l’ordine di deportazione è relativo solamente al figlio.

Come si arriva ad una decisione del genere? Applicando le nuove regole in materia di spårbyte. La parola spårbyte (“cambio di binario”) viene usata per riferirsi ad una possibilità che, fino a poco tempo fa, veniva offerta ai richiedenti asilo in caso di respingimento della loro domanda: quella di richiedere, al posto dello status di rifugiati, un semplice permesso di lavoro. Proprio quello che ha ottenuto Masoumeh nel 2022. Di recente è però entrata in vigore una legge che non solo elimina questa opzione per quel che riguarda le nuove richieste di asilo, ma impedisce anche di concedere il permesso di soggiorno ai familiari di chi ha già completato questo processo, indipendentemente da età e luogo di nascita.

In questi casi, stando ad altri regolamenti, il Migrationsverket è tenuto a tenere in conto anche le conseguenze di un’eventuale deportazione sulla vita del bambino. Interpellato sulla questione, un portavoce dell’Agenzia risponde non senza un certo trasporto (io mi sarei aspettata un tono un più freddo, se non addirittura glaciale) che sì (“Ja!”), in questa vicenda, i regolamenti sullo spårbyte hanno un peso maggiore rispetto al benessere di Emanuel. Concedendogli il beneficio del dubbio, ci si chiede se sia ansioso di mettere in luce i paradossi del sistema.

La famiglia, peraltro cristiana e giustamente preoccupata dall’idea di un reimpatrio, ha ovviamente fatto ricorso. Nel frattempo, fortuna1 vuole che la situazione d’instabilità in Iran renda temporaneamente inapplicabile la decisione del Migrationsverket.

Nota sulla traduzione della parola “Migrationsverket”

Ho detto a un mio collega “Avrei bisogno
del tuo bel bilinguismo bilanciato”
Lui con la testa di sì ha fatto segno
ed io, cambiando lingua, ho domandato:

“Hur skulle du benämna på italienska
en myndighet som anser att det är rimligt
att utvisa småbarn ensamma helt plötsligt
bara för deras rötter är iranska?”

Han såg förvånad ut och sade2-verket
lo chiamerei agenzia, ufficio, anche ente
och Migration, be’, non ci vuole niente”.
Jag svarade “Javisst, ja, tack så mycket,

men om jag säger Ente Immigrazione
saknas det inte någon preposizione?”3
Per? Dell’? Purtroppo in questa situazione
contro ci pare la migliore opzione.


  1. …nei vari sensi latini del termine

  2. traduzione dallo svedese: “Come chiameresti, in italiano, un ente che all’improvviso ritiene opportuno deportare bambini piccoli, da soli, solo perché di origini iraniane?” È apparso sorpreso e ha detto… 

  3. traduzione dallo svedese: Ho risposto, certo, sì, grazie tante, ma se dico Ente Immigrazione non manca una qualche preposizione?